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 Collelungo di Baschi 
Associazione Culturale "Il Campanile di Collelungo" 
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Collelungo è posto su una collina a 478 mt s.l.m. e si trova all’incrocio di numerose strade che portano all’interno delle montagne, verso la valle del Tevere e Todi. Poco si conosce delle origini di questo castello che pur dovettero essere remote non meno di quelle degli altri vicini. Su di esso tacciono i cronisti locali e solo pochi cenni gli dedica l’Alvi nel suo prezioso Dizionario topografico. Sappiamo però che già nel XIII secolo questo plesso, appartenente al plebato di Sant’Angelo d’Izzalini, era luogo fortificato e costituiva, immediatamente al di sotto del castello di Vagli, un’ottima occasione di difesa delle strade che numerose s’intersecavano in quella zona portando all’interno delle montagne le genti e i traffici del Tevere e di Todi, o verso Todi. Se non è citato nelle confinazioni del 1282, ciò si deve al fatto che non si trova lungo la linea di cui si stava compiendo la ricognizione, ma subito a ridosso di quella dove il consiglio generale tuderte andava consolidando un primo sicuro confine al di là del quale c’erano ancora terre soggette alla sua dominazione, ma sottoposte a spinte centrifughe che ne mettevano di volta in volta in discussione i diritti. Con i suoi 15 fuochi era più piccolo delle vicine Morruzze e di Fulignano eppure partecipava gagliardamente il 28 gennaio 1297, al comando di un sergente e con i viveri bastanti per un mese, con i suoi uomini bene armati alla difesa di Pompognano chi i todini andavano fortificando, sebbene in dispregio degli accordi con gli orvietani, durante le trattative di compera del castello di Montemarte. Troviamo ancora nel 1299 i suoi uomini impegnati nella operosissima custodia del passo delle Morre insieme con quelli di Pigliato, Fulignano, Acqualoreto e Cappanni. Il castello come tutti quelli della popolazione superiore ai 30 abitanti, era retto da un sindaco che, come visto, offriva al momento di assumere l’officio, una cauzione di 50 libbre d’argento (che dovevano rappresentare una sicura garanzia di buon’amministrazione da parte del sindaco, cui, in loco, competeva anche il delicato compito della riscossione delle tasse); in epoca successiva, con la riforma del comune di Todi in seguito al suo inserimento nello Statuto della Chiesa e, più ancora, dopo gli aggiustamenti istituzionali degli inizi del XVI secolo, lo guidarono anche “anteposti” o “massari” locali che si affiancarono al primo e agirono nei limiti dell’autonomia loro concessa dal comune di Todi e dagli ordinamenti statutali. Il sindaco di questa comunità, che partecipava insieme con gli altri all’amministrazione delle terre comuni della Massa, veniva a Todi a conferire, il primo sabato d’ogni anno al podestà sui fatti occorsi a Collelungo ed anche sulle tariffe riscosse per pascolo, legnatico, ghiandatico, frondatico e far carbone, pertiche e calce e mattoni e delle contravvenzioni collegate al non rispetto delle norme della comunanza, mentre i sergenti facevano il rendiconto della loro attività militare. Fu poi, feudo insieme con il vicino Capecchio, dei Landi, antichissima famiglia guelfa di Todi alla quale appartenne anche don Giacomo di Giulio venuto a Collelungo come rettore della chiesa di San Donato nel 1541 portando una ventata di romanità tra le mura del castello, lui che in Roma era “magister familie” del cardinale di Santa Fiora, Guido Ascanio Sforza, nipote di Paolo III. Proprio per la tendenza guelfa della sua gente, sul finire del ‘400 Collelungo visse momenti drammatici, quasi fatali per la sua sopravvivenza. Venne infatti coinvolto, suo malgrado, negli accadimenti che sconquassarono la vita politica di Todi nell’ultimo decennio di quel secolo, segnati dalla violenta resistenza di Altobello Chiaravalle contro le pretese e gli ammiccamenti di Gaspare Torelli, inviato da Alessandro VI Borgia in città come comandante della piazzaforte di Todi e quindi castellano. Tutti i castelli s’infiammarono e parteggiarono sia per i guelfi e quindi per i Borgia e Carlo VIII, sia per i ghibellini e quindi per gli aragonesi di Napoli. Le pretese del papa erano chiare e quelle del re francese altrettanto; e questi — che col suo esercito e le sue famose artiglierie aveva percorso mezza Italia senza sparare un solo colpo in quella che fu chiamata la “guerra del gesso” usato per segnare gli alloggiamenti delle truppe - intanto razziava dai territori attraversati o lambiti dalle sue genti bestiame e denaro. Ben se n’accorsero i todini che dovettero sborsare centinaia di fiorini d’oro per riscattare Melezzole, Toscolano, e santa Restituta da quell’esercito accampato in località “Le Puzzole” e fronteggiare le bande del venturiero Giovanni Altnaleman. Gli atti e i Chiaravalle come non mai si trovarono a combattere su tutto il territorio la loro decisiva battaglia di supremazia, ma infine Ludovico di Gabriele capo indiscusso dei primi, alleatosi col più forte e astuto dei contendenti, Alessandro VI, uscì vincitore. Solo nel 1522 gli uomini del castello, riavutisi dallo smarrimento ebbero dai priori il permesso di poter restaurare le loro mura e fornirono manodopera e materiali per l’impresa. I tecnici comunali, constatate personalmente le rovine del luogo, fecero un’ampia relazione in consiglio che aggiunse di suo — potenza delle amicizie — che fosse restaurata a spese della comunità anche la casa di un certo Giovan Pietro Alessandri. La vita religiosa del castello era incentrata intanto sulla chiesa di San Donato di cui non conosciamo le origini, che supponiamo essere però coeve, o forse più antiche del castello, e della quale abbiamo notizia sicura nel 1399 insieme con la chiesa di San Quirico di Capecchio. Nel 1399 il curato della chiesa di San Donato registrava una popolazione di 186 persone, di cui 139 adulti e 46 bambini. Nel 1574, il 7 novembre, entrava in chiesa per la visita apostolica monsignor Pietro Camaiani constatando che era stata restaurata recentemente, sebbene cumuli di terra e detriti ammassati all’esterno causassero non poca umidità all’altare mancante dell’immagine di San Donato,che ordinò fosse dipinta, e del crocefisso; per questo forse le messe venivano celebrate nell’oratorio di Santa Lucia, anch’esso vicino alle mura del castello. All’interno del quale c’era perfino un ospedale posseduto da Don Rosato Arimanni con un letto molto scomodo ed un altro che aveva le sembianze di un vero cubicolo che il visitatore ordinava di restaurare indignato per l’“infecta humiditate”, onde fosse destinato ad uso e ricetto dei poveri del luogo. L’avventura guerriera di questo castello sembrò essersi esaurita sul finire del secolo XVI. Ormai i suoi uomini facevano parte di una milizia cittadina che suggeriva più l’idea di una parata casereccia che di una vera e propria truppa. Nel 1595 si registra l’ultima occasione di sentir parlare dei soldati collelunghese; essi, insieme con quelli d’altri castelli, dovevano, infatti, essere pronti. Non immaginiamo quale guerra si profilasse all’orizzonte, crediamo piuttosto si fosse trattato di una di quelle adunate di paese che facevano da cornice alle continue e sontuose manifestazioni religiose volute dal vescovo Angelo Cesi a glorificazione della chiesa tudertina alle quali partecipavano anche le poche artiglierie della città. Pian piano i 150 abitanti di Collelungo che riconobbero come loro signore il conte Morelli entrarono definitivamente a far parte del cantone di Baschi. Oggi questo piccolo paese con appena 200 abitanti vanta ben 20 imprese iscritte alla Camere di commercio ed in possesso di Partita Iva.
 
 
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